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L'eterno femmineo ( parte quinta ) . .
Commuovente, sazia l'ansia dello spirito e sospinge i miei pensieri nella loro rena. Incurante della storia delle mie orme radicate, così dedico sguardi rubati e traditi al muto e intramontabile singhiozzo: " Cerco chi è simile a me, finalmente dimentico di quel rancore passionale. A priori, dovuto dal timore che jo non basti a me stesso, incapace di dare un tono a quella fiamma delicata e affettuosa, mia, che mi sorprende col suo calore fedele e intimo se la nutro con la voglia spontanea e senza motivo di lasciarmi amare. Prigioniero di paranoie e di òneri secchi d'empirico, oso il salto riservato e scuro verso i cancelli dorati, a caccia umile e arresa del mio alter ego. Piovosamente, sono libero . . "
The Wondrous World Of Punt - Therion The caravan is close to enter
L'eterno femmineo ( parte quarta ) . .
Ad un suo gesto imperioso, Licurgo esce di scena con un rapido inchino, coprendosi il capo con la toga. Eraclito si ferma al centro della scena, improvvisamente penoso
Ah, Ermodoro, lontano più degli astri lucenti, più degli dèi e degli uomini, più della vera vita !
Musica lieve e nostalgica. Entra un terzo personaggio, anch'egli mascherato, vestito poveramente di una corta tunica bianca, coi sandali della prima scena ai piedi, un bastone in mano e una tazza di legno appesa alla cintura; ha tono ed atteggiamento umilmente affettuoso, ma venato di autorità spirituale
ERMODORO
- Son quì, mio carissimo: ti sono più vicino del tuo respiro, ora tanto turbato da appannarti lo specchio della mente dove un tempo splendevo.
ERACLITO ( commosso, come in sogno )
- Ancora e sempre vi splendi, intatto in ogni suo grigio frammento... L'amicizia è uguaglianza armonica, mi diceva il tuo maestro Pitagora, lui che si è scelto soltanto discepoli adoranti, mai un amico, un uguale. Ma tu rendevi vera quell'astrazione ascetica, e credibili i riti di purificazione e di scongiuro del mondo dissonante, i divieti troppo superstiziosi, il magico scientismo della sua scuolo sètta, il suo sogno di un'etica fatta geometria...
ERMODORO
- Quel sogno è vita, Eraclito, e tornerà ad incarnarsi fedelmente nei secoli, nei millenni a venire, sotto ogni cielo e veste di pensiero, in corti raffinate o in bottegucce servili, come nel tempio la spinta del timpano s'incarna nella colonna, in quel ritmo luminoso che ammiravamo insieme al tramonto, e che anche qui ( accenna intorno ) risplende, in questo tempio notturno, gremito di fantasmi del tuo lungo viaggio, in questo labirinto di verità ed errore.
ERACLITO ( inquieto )
- Che vuoi da me, Ermodoro ? Cosa vuoi veramente ?
ERMODORO
- Lo sai, sono venuto a scioglierti dalla morsa della separatezza, da quel lento veleno del dubbio malinconico, che tenta la ragione degli uomini più inquieti, murandola nel culto ossesso e sterile delle sue ombre, delle sue Circi, delle sue Sirene. Lèvati dal tuo gorgo, amico, e prendi il mio bastone, la mia tazza, e vieni ! ( gli tende i due oggetti )
ERACLITO ( protendendosi d'impulso )
- Si, vengo, la tua via d'unione sarà la mia ! Scorrerò senza sete, come il fiume, dentro il tuo stesso mare, ed insieme solcheremo quel mare che la neve non imbianca !
( si ferma smarrito )
Ma dove vengo ? Dove te ne vai, Ermodoro ? Possibile che tu... che tu non ricordi ? La scuola di Crotone, dove ti eri esliliato col tuo Pitagora, è stata distrutta - bruciata da quel tuo condiscepolo mancato o respinto...
( ad un gesto di Ermodoro, che si pone l'indice sulle labbra )
No, non ne faccio il nome... Maledire non vale, non più di quanto valga rimpiangere, adorare o benedire...
( con tristezza )
Ma anche il tuo nome non è che un ricordo fedele a un " io " sepolto, mio Ermodoro: un bel dono che il ladro Ermes si è portato all'Ade con la nostra perduta giovinezza.
( Ermodoro gli si avvicina per abbracciarlo; Eraclito si ritrae gridando )
Non ingannarmi ! Tu sei morto, morto !
ERMODORO ( dolcemente )
- " La stessa cosa sono il vivo e il morto, il giovane ed il vecchio, la strada che va in basso e quella che va in alto, nell'alterna vicenda. Il dio che è giorno - notte, inverno - estate, guerra - pacce, sazietà - fame, tutto si mostra, nel più nascosto dei modi; ed il logos dell'anima è una crescita perenne ". Sei tu che non ricordi: sono le tue parole. Le ho amate,le ho portate con me, le ho seppellite nell'orto di Pitagora, per farle germogliare in una nuova e più perfetta fede. La sola morte per l'uomo è la paura affascinata della morte, la plumbea caduta magnatica dell'anima e del corpo nel fondo del suo nulla dolorante, nel suo sesso congiunto ciecamente al sesso informe e ciclico della Natura, al suo mulino dolce - amaro di apparenze. Quel nulla ha afferrato anche te, il mio primo e nobile amico, e sta per risucchiarti. Ma io sono venuto a liberarti e a farti eterno. Spezza le catene spinose dell'io, la tua fittizia volontà che imprigiona l'effetto alla sua causa, il desiderio al rimpianto ! Rinuncia ad attizzare il tuo fuoco col coltello tagliente dell'orgoglio di chi si crede eletto; rinuncia a te e sarai salvato: invoca il nome del Maestro, ed entrerai nel presente che non muta !
ERACLITO ( con angoscia )
- No ! Ancora il presente di chi sogna e dormendo desidera sognare, questo mi offri. " Non si può pregare per se stessi. perchè non si sa che cosa è bene per noi ": non sono queste le parole del tuo Maestro, al quale hai ceduto volontà e ragione ? Ermodoro, non tentarmi col tuo Lete sublime ! La mia sete devo estinguerla solo con la sete: la secchezza dell'anima, che la fa dolorare verso l'alto, riarsa e screpolata, è la sua nobiltà, la sua guida, la sua spada, la sua sola ricchezza, la madre del suo fuoco: non posso estinguerla fra le tue braccia di ombra, che lasciano deluso il petto ! Non posso più sognare il sogno di nessun altro: devo esser nudo e vegliare da solo, farmi luce nel fondo di me stesso, dentro la mia crisalide sospesa nel buio, nwl silenzio impotente che avvolge la mia lingua.
( con voce rotta e gesto disperato )
Và via, Ermodoro ! Lascia che io mi svegli, ti prego !
Ermodoro depone la tazza e il bastone dietro l'altare, si inchina leggermente ed esce, su una musica meditativa che si spezza d'improvviso, mentre Eraclito cade in ginocchio ed esclama
Padre Sole, mio lucido principio, sorgi, dai fine a questa notte eterna !
Un raggio di luce rosso vivo colpisce l'altare e il papiro che vi è sopra. Eraclito vi si slancia d'impulso: il papiro si sbriciola con un rumore secco, spargendosi intorno in cenere. eraclito ne raccoglie i frammenti e fa l'atto di mangiarli; poi si lascia scivolare ai piedi dell'altare, si rannicchia su se stesso e resta immobile. Musica sottile: entra Selene con una veste bianca dal lungo strascico, che girando tre volte avvolge intorno ad Eraclito, fasciandolo come in un bozzolo; poi si china su di lui con le braccia aperte, sostenendolo come in una Pietà. Un rumore d'acqua che scorre e un luccichio diffuso, multicolore, invadono la scena; una Voce Femminile recita lentamente:
" Non c'è via: siamo noi la sola via. Scavata nella coppa alta del cuore, con la coppa del cuore rovesciata e sepolta. Non c'è via: c'è la mèta lucente che ti brucia, e paziente, invisibile ti ascolta. "
L'eterno femmineo ( parte terza ) . .
Afferra l'arco in un angolo e scocca invisibili frecce all'intorno ( se ne sente il sibilo ) ma si accascia come colpito da frecce - boomerang. Note lievi di flauto e voce femminile, che canticchia un ritmo di ninna - nanna; poi, affettuosa e compiaciuta
VOCE FEMMINILE
- Ah si, mio figlio Eraclito ha molte frecce al suo arco: diventerà un grand'uomo, un vincitore del tempo: il suo nome sarà scritto sul marmo di Paro lucente della gloria, non sull'erba o sull'acqua o sulla pietra buia di morte dinastie, come il mio, come quello di suo padre. Il mio bimbo sarà un sapiente, un padre della patria: anche i nemici e i barbari gli renderanno onore.
Ricomincia a canticchiare in sordina
ERACLITO ( accorato )
- Ah, madre mia perduta ! Non sai, non mi conosci... non potrai più conoscermi. Le tue care speranze per me, il mio caro dolore per te, sono affondati nei flutti d'oblio. Cosa mi resta..?
VOCE DELLA MADRE ( in eco, sfumando )
- Io, io, io !
Mentre Eraclito si tende all'eco, ripetendo " madre, madre ! ", si odono brevi squilli di tromba. Entra solennemente un personaggio avvolto in un regale mantello nero, con corona e scettro, e il viso mascherato. Si avvicina ad Eraclito, toccandolo con lo scettro teso
DARIO ( con suadente ufficialità )
- E' bello, saggio Eraclito, sentirti invocare con umile e filiale affetto una madrepatria che tanto è stata ingrata verso il suo illustre figlio. Non ti merita certo la tua Efeso, hai ragione da vendere: e chi altri meglio di me potrebbe degnamente comprartela, al più onorato prezzo per entrambi ?
ERALCITO
- Chi sei, di che mercato mi parli, ignoto re di denari ?
DARIO
- Dovresti ben conoscermi, ormai. Molti miei araldi hai ricevuto in sogno nella tua giovinezza, quando eri fiero di non saper nulla, di crederti discepolo soltanto di te stesso, e scavalcavi te stesso come un monte scosceso, inaccessibile a democrazie di commerci e affetti. Ricordi ? Ti sentivi, come ogni nobile cuore, straniero in famiglia, straniero nella città natale, la tua pasana, pettegola Efeso, dov'era troppo facile e teatrale ottenere un primato per nascita e per fascino bizzarro; ma straniero restavi anche nelle capitali mondiali del potere, anche nella magna Atene, dov'eri sempre un deuteragonista brillante, la voce sovracuta di un corvo o di un cuculo nel concerto di merli e canarini mondani... Eccomi dunque in persona: io sono Dario, figlio di Istape, re dei Persiani, e ti offro la sicurezza di una vera patria: alla mia corte, avrai quei privilegi che i miopi Greci negano ai loro figli migliori; il prezioso tesoro dei tuoi consigli avrà un degno contraccambio nei miei scrigni, e godrai di grata compagnia, di eletta conversazione cosmopolita: giuristi, ingegneri, teologi, filosofi tuoi pari, poeti, artisti e musici senza frontiere. Io ti merito, Eraclito, e tu meriti il tuo sogno !
ERACLITO ( impugnando lo scettro puntatogli contro e facendo retrocedere Dario fino a farlo uscire di scena )
- No, non sei tu il mio sogno ! Oro, onori regali, eleganza intelletual - mondana, sono paglia nel vento, basso fumo di adulazione che acceca, volgare tradimento, fasulla traduzione dell'oro vero, intangibile, eletto, che è prezzo inestimabile e principio di tutto e che in tutto si cambia, si versa e si colora, come il fuoco terrestre si colora agli aromi ! Tu non avresti osato presentarti quando il mio cuore di carne in quel fuoco era un cuore di stella che danzava...
( con triste fierezza )
Ma anche se sono in ginocchio, io sono sempre più alto del tuo simulacro ! Forse, ancora una volta, non so quello che voglio, ma finalmente so quello che non voglio: essere servo di qualunque immagine, di qualunque illusione di potenza !
Lo spinge fuori scena e getta via lo scettro, che viene raccolto al volo da un altro personaggio dall'aspetto ieratico, ma più affabile, che entra avvolto in una toga violetta e col volto anch'esso mascherato. Fa rotolare via lo scettro ed avanza svolgendo un papiro bianco che mostra prima agli spettatori, poi ad Eraclito
LICURGO
- Ma non è un'illusione di potenza la giustizia, e la sete di giustizia degli uomini, Eraclito. Lo sai più di me, di tuo fratello, che conosce il tuo cuore più antico e più vero.
ERACLITO ( trasalendo, ma con ironia )
- Anche tu qui, Licurgo ? Il mio deserto è affollato e dialettico, una vera agorà.
( brusco )
Non hai nulla da dirmi, non ho nulla da dirti. Ti ho ceduto ogni primogenitura e ricchezza familiare, le cariche, gli onori del governo di Efeso. Dunque addio. ( Gli volta le spalle )
LICURGO
( con pathos crescente, quasi epico )
- Gli onori ? Gli òneri, caro fratello, le grandi bilance che noi piccoli uomini, alti sui nostri simili più piccoli ed oscuri, teniamo reverenti in mano, con la ferma, adamantina costanza del dovere. Ed a questo mandato di giustizia terrena è tempo, ormai, che tu obbedisca e ti pieghi: come l'albero più alto del giardino, l'ultimo ma il più splendido a dar frutti, in autunno. Non negare: lo so, ti sei pentito in segreto, incoffessatamente, della tua giovanile pazzia, del tuo rifiuto misantropico a dare leggi eque alla città: alla tua città, la tua polis, la madre di tuo padre e di tua madre, il tuo centro di gravità civile ed umana !
Amministrare la giustizia in terra, dare misura, voce, corpo comunitario ad un bene altrimenti soggettivo ed astratto, dar leggi a chi le chiede: questa è vera sapienza, la sapienza incarnata in chiara e retta azione; sarà questa la tua gloria non vile nè sensuale, bensì razionale e maschia. E anch'io ho capito che senza te non posso essere re nè arconte degli Efesini: tutti ti reclamano: vieni, sii giusto al posto giusto, e dividi con me ciò che sarà finalmente intero !
ERACLITO ( voltandosi di scatto, risoluto )
- Se tu fossi mio fratello, sapresti che, a dividerlo, l'intero diventa zero: e il tuo intero è già tondo e già pieno abbastanza ! In quanto agli Efesini, diventati d'un tratto nostalgici e zelanti, farebbero un gran bene ad impiccarsi e a lasciare il governo della città ai ragazzi, loro che hanno cacciato via Ermodoro, il migliore degli uomini, in omaggio a un'abietta demagogia, dicendo
( imita una voce untuosa in falsetto )
" Fra noi nessuno deve eccellere, strafare, salire troppo in alto, sfidando il giusto mezzo e l'invidia degli dèi ! Se proprio vuole eccellere, che vada a farlo altrove ".
( con sdegno )
Questa è la loro legge, la tua legge !
LICURGO
- Anche la tua, se mediti. Ciò che sembra empio al cuore imprigionato nella tirannia degli affetti, appare sacro all'ordine libero e superiore della ragione, scintilla divina che ci unisce e ci illumina sulla necessità el vincolo sociale. Quel vincolo è la forma oggettiva della visrtù, la nostra vera lingua e moneta e casa e bene comune...!
ERACLITO
Vostro alibi comune contro il bene ! Sparisci !
L'eterno femmineo ( parte seconda ) . .
PERSONAGGI:
- Eraclito di Efeso
- Ermodoro, suo amico
- Demetra / Core / Selene
- Il Bevitore
- Chronos, il Messo ( mascherato )
- Tre apparizioni mascherate ( Re Dario, Licurgo, Ermodoro )
- Ombre e Voci
PARTE SECONDA
LA NOTTE
Tempio di Artemide ad Efeso. Musica sottile di flauto; luce crepuscolare. Al centro, un altare basso; in un angolo, un arco. Entra Eraclito, con passo stanco e lievemente barcollante; ha il papiro in mano, che alza sul braccio disteso mentre si avvicina all'altare. Entra dal lato opposto la giovane Selene, avvolta in un mantello rosso sopra una veste bianca, e lo ferma con un gesto analogo del braccio. Lui la guarda intensamente, poi, come riconoscendola, corre per abbracciarla; lei lo ferma di nuovo
SELENE ( vivamente, ma con solennità, scrutandolo )
- Tu, che eri detto il più saggio degli uomini, in quale ferreo sonno hai seppellito il pensiero, in quale perso gorgo la ragione dolente, piagata da un cammino sconosciuto ? Se in me tu cerchi un incognito Oriente, ciò che non mai tramonta e mai è perduto, devi prima spogliarti del tuo superbo vuoto, farti vaso di lacrime o coltello nel pane, o musica dell'anima innocente.
ERACLITO ( amaro ma deciso )
- Musica ? Ho rinunciato all'universo dei nomi, alla sua tenebra dorata, al caso intrecciato con la necessità come l'arco s'intreccia con la lira nell'opera del mondo, nella sua colorata vitamorte. A cos'altro mi chiedi di rinunciare, Selene ?
( A voce più bassa )
Questo è il tuo nome, mi hanno detto i molti fanciulli che quì vengono a giocare ogni sera.
SELENE
- Rinuncia a te, all'altèro, solenne monumento che hai eretto rovesciando quella tenebra d'oro in colonna di luce inaccessibile, in tempio senza gradini per giungervi. Tu, araldo di spirali cosmiche e mutamenti, hai servito te stesso nella legge non scritta che hai dettato e credevi di servire, hai reso intransitiva l'anima ed il suo fuoco; " un mucchio casuale di rifiuti è il più bello dei mondi ", hai predicato, magnificando un dio che gioca a dadi con la sua creazione indifesa. Ma insieme alla follia millenaria della storia, ai suoi lutti violenti, ai suoi capricci di architettura umana, hai negato la pazienza oscura di chi scava pozzi e semina un grano effimero per i suoi figli, o tenace, non visto, cura piaghe crudeli in corpi e cuori, e con minuta speranza cuce pietà e giustizia, terra e cielo.
( concgiunge le mani a " v ", avvicinandoglisi )
L'anima è barca, ponte, arcobaleno: nei suoi sette colori labili è resa eterna la memoria e la storia delle stirpi minerali, animali, vegetali ed umane. La donna, per cui l'anima è la veste cangiante, indistruttibile anche se consumata o squarciata, costruisce arcobaleni, barche, ponti, linguaggi a ogni respiro, e nell'arca del cuore custodisce la legge della giustizia sacra, la sostanza comune delle forme pensate da uomini che hanno come corpo il pensiero. Quell'arca è il vero tempio di Artemide che cerchi, lo scrigno dove l'opera di tutta la tua vita può riposare, sicura dal tempo, dalla sorte, dal volgo di umili e di potenti che non ami e non temi e non comprendi. Ora vieni !
Una luce lunare illumina la scena mentre Selene tende lentamente le braccia. Eraclito alza un braccio con l'indice teso sopra il papiro arrotolato, e le si avvicina fino ad incunearlo fra le braccia tese di lei
ERACLITO ( appassionatamente polemico )
- Ma te, io ti conosco e ti comprendo troppo bene, anche se non ti ho mai vista, perchè non sei quella che cerco, quella che cercherò per sempre, e sempre invano. Tu che parli dell'anima e non conosci il suo luogo, sei soltanto la cieca Natura, il primo e l'ultimo fuoco della passione, con cui è duro lottare perchè ha il viso segreto ed immortale di una promessa di potenza. Tu non hai il vero linguaggio, il tuo colore è buio come il fondo del mare, del ventre e delle vene; e la tua perla è cieca, come un occhio sigillato dai sogni che temono la luce; il tuo logos è umido, viscido come foglia acquatica, incapace di trattenere un sasso scagliato da un ragazzo, incapace di bruciare di nostalgia per il sole lontano che dà satura agli essere e alle ombre !
SELENE
- Ciò che sai ti possiede, e non sai altro. Sono vergine, Eraclito, come la dea che vive in questo tempio, la dea cacciatrice di forme, che dà ritmo al mutamento, ne fa ghirlanda d'anni, di stagioni, di gesti avvolti ai fianchi della Madre Terra. Perchè dunque hai cercato questa dea, perchè mi cerchi, se non per morire in quello che tu credi un bosco insano, un labirinto di enigmi carnali, ma che è un giardino esatto intorno all'eterna fonte dove da tanto vorresti dormire nel latte azzurro del mio seno, come Endimione sul grembo di Artemide, in eteno ?
Si apre la veste e mostra il seno, che viene inondato da un fascio di luce lunare
ERACLITO
( getta il papiro arrotolato sull'altare e grida, slanciandosi verso di lei )
- Io sarò eterno ! Te lo strapperò, il tuo segreto, il tuo magico sonno, e sarò sveglio per sempre !
Le si getta addosso; rotolano azzuffandosi, mentre la luce si fa intermittente, a lampi lividi, e si odono risa e singhiozzi, scrosci d'acqua, trilli di uccelli, schiocchi di frusta, rantoli, vagiti, un picchiare di scalpelli e un ronzio d'insetti che si fa sempre più fitto e forte, quasi un rombo, mentre la scena si abbuia per qualche attimo. Al tornare della luce Eraclito, solo, si dibatte e grida come in preda a punture di insetti, correndo qua e là per la scena con le mani sugli occhi
Le api ! Ah, l'acqua, l'acqua salvatrice !
Si getta a terra come tuffandosi in un fiume, e solleva nuvole di polvere fra cui si rialza a tentoni
Non c'è più acqua, il mio fiume è perduto...! Sono perduto anch'io, sono polvere di sete ! Ah, eppure sono gonfio, pesante di materia: una vescica idropica, avida di svuotarsi...
( vaga brancolando; musica cadenzata )
Dove sei, maledetta ? Rendimi la ragione, o mostrami il tuo fondo rapace, la tua notte pulsante ! Non ho paura di te, cagna ! Brucerò col mio seme le tue paludi infette, addenterò il tuo seno di mènade lasciva, il tuo pelo di bestia nascosto sotto i lini candidi ! La bellezza è sacrilegio ! Che altro può succedermi, dopo aver capito questo, ed averne riso ?
( ride convulsamente, poi torna a schermirsi e a cercare di fuggire, inseguito da ululati e latrati )
I lupi, i lupi !
L'eterno femmineo ( parte prima ) . .
Chi non spera quello che non sembra sperabile non potrà scoprirne la realtà, poichè lo avrà fatto diventare, con il suo non sperarlo, qualcosa che non può essere trovato e a cui non porta nessuna strada.
ERACLITO
Eraclito. Due risvegli, evoca in libera ricostruzione biografica e spirituale l'avventura conoscitiva del filosofo greco, còlta nei due momenti esemplari della giovinezza ( Il giorno ) e della maturità ( La notte ). Nel testo è affrontato il rapporto profondo e problematico tra illusione e realtà, inconscio e coscienza, attraverso l'incontro di Eraclito con le figure del potere, dell'amicizia e dell'amore, incarnato dall'eterno femminino di Demetra / Kore / Selene, artefice della finale catarsi aperta del protagonista.
Jacopo Manna docet:
" Agire e parlare come chi dorme " ; " le cose che avvengono nel mondo chi dorme le fa e contribuisce a farle ". Questi due frammenti di Eraclito ce li ha tramandati Marco Aurelio, che come lui si trovò di fronte al bivio e dovette decidere se diventare filosofo o re. Potè permettersi l'astuzia di non scegliere: erano ormai altri tempi, un imperatore romano combatteva su un fronte interno dai termini ben definiti e le insidie, per quanto pericolose, si ripetevano secondo il più scontato dei copioni.
Non così Eraclito, che in questa messa in scena di scontato non trova niente e si muove incerto tra la veglia e il sonno, deciso a destarsi ma continuamente spinto a sognare. Coi sogni farà i conti nel finale, quando gli si presenteranno, con la chiarezza sfrontata di certi stati onirici, tre messaggeri per proporgli altrettante possibili svolte di vita: consigliere del principe ( e che principe ! ), o co - reggente insieme al fratello, al cui glaciale sistema di leggi dovrebbe ispirare un pò di vita, o infine emulo di Ermodoro, l'antico sodale divenuto poi discepolo di Pitagora e assertore della Grande Rinuncia ( e infatti gli appare sotto sembianze che ricordano molto quelle di un monaco zen ); tutti e tre verranno respinti, con durezza o sofferenza. Non solo perchè il potere è un'arma a due tagli che minaccia anche chi lo detiene, e neppure perchè in un altro frammento ( stavolta consegnatoci da Filodemo ) Pitagora è definito copìdon archegòs, che a tradurlo senza cerimonie vuol dire grande capo dei cialtroni; a spiegare il rifiuto di Eraclito prima ancora viene il fatto che accettare una di queste soluzioni significherebbe rinunciare al suo opposto, cancellare quella tensione che è la premessa e la condizione fondamentale dell'esistenza. Gesto impossibile per un filosofo che ha paragonato il mondo alla cetra, le cui corde rimangono tese solo per la divergente energia del telaio che le sostiene; e ancora più impossibile per un personaggio di Maura Del Serra ( l'autrice, per i miscredenti ).
In Adagio con fuoco c'è una poesia che commenta il proverbio Tra il dire e il fare c'è di mezzo il mare, e ha il merito di restituire a quello che è ormai un vecchio e usurato luogo comune la sua originaria forza espressiva. A scontrarsi, nel componimento, sono i rappresentanti di due gruppi umani inconciliabili: quelli che vorrebbero unire i due estremi separati dal mare grazie a uno sforzo di immaginosa coerenza, e quelli che contrappongono a un simile volo mentale la loro pazienza di " mercanti del mezzo ". I primi invocano in loro aiuto " vele e ponti / d'arcobaleno o di lame di fuoco "; immagini molto simili a quelle che la sacerdotessa Selene propone quì ad Eraclito. I secondi, nel loro argomentare a forza di senso comune, si rivelano della stessa genìa alla quale appartengono due dei tre messaggeri. Se a loro Eraclito ha risposto con dure parole, a Selene risponderà con un tentativo di stupro ( e di incesto ): a nessuna delle due offerte si può dare ascolto senza snaturare i termini del conflitto, l'eris su cui si fonda il cosmo.
A Maura Del Serra piacciono molto le vite vere; le piacciono così tanto che, se necessario, riesce a inventarsele. In questo si trova in un'ottima compagnia che vanta tra i suoi frequentatori Schwob e Savino: ma a rendere inconfondibili le sue biografie è una evidente passione per gli individui outsiders ( emarginati ), perennemente schiacciati fra la norma del cuore e quella del codice, fra visioni straordinariamente concrete e reltà percepite con dolorosa chiarezza. I suoi personaggi hanno sempre abbastanza intelligenza da capire che nessuna di queste due voci può semplicemente venire ignorata: il loro drama consiste in genere nel prenderne coscienza, il finale spesso li coglie in pieno sforzo verso una sintesi superiore che risolva i due poli del conflitto senza abolirli, o alla ricerca di un punto di vista spiazzante, che sposti completamente i termini della questione. Abbastanza intelligenti, anche, da prevedere i rischi insiti nella loro condizione di consapevoli spostati, primo fra tutti quello di far naufragare il dramma negli eccessi del sublime, o di rendere l'atmosfera del palcoscenico irrespirabile per rarefazione. Così, eccoli a volte munirsi di un interlocutore ironico e giullaresco col quale provocano il pubblico avvicinandosi pericolosamente alla farsa, o almeno alla boutade ( battuta spiritosa ), per fermare poi tutto all'ultimo istante riconducendo abilmente l'azione al registro di partenza: e intanto la tensione è cresciuta, la narrazione ha aumentato la sua energia.
Di questi outsiders, Eraclito di Efeso è sinora certamente il più complesso. Crede nell'eris, ma ci mette tutto il tempo del dramma a cogliere le conseguenze della sua fede; e sì che l'autrice gli ha messo a disposizione numerosi indizi sin dalla prima scena, coi personaggi che si scrutano girando l'uno intorno all'altro senza mai colmare davvero la distanza che li separa. In questa azione teatrale sembra proibito toccarsi: tutt'al più si può trattenere chi fugge per la mano, il bordo della veste, o tendere le braccia col continuo e incoffessato timore di trovarsi a stringere il vuoto; la sola volta in cui un vero contatto avviene, come sappiamo, si tratta di uno stupro che svanisce in un caos sonoro dove tutto sembra sprofondare di colpo. Fusione impossibile: ma questo vale per ognuno dei personaggi che, almeno all'inizio, sembrano tutte figure dimidiate alla ricerca della metà perduta; e ognuno finisce per imbattersi in quella sbagliata. Ermodoro che cerca Demetra, Eraclito che cerca sua figlia. Gli unici esentati da questo tormento sono quelli convinti, come Demetra, che non c'è niente da capire: sarà appunto lei a liberarsi dai poteri del tempo, avendone scoperta e accettata la circolarità, così come Ermodoro, discepolo di Pitagora, si acqieta nella scoperta della continuità dell'essere. Per Eraclito la risposta arriva nel finale, e la risposta è forse che non c'è bisogno di completare nulla, ma piuttosto di fidare nel potere dell'incompleto. Prima però la compattezza del logos ha dovuto adeguarsi alle nuove condizioni: la luce invocata da Eraclito tocca il papiro, opera di una vita di studio, e lo sbriciola. Ma non lo annulla. Non stiamo assistendo a una distruzione, ma a una reinvenzione: quei frantumi sono la sola forma di scrittura coerente con una percezione del mondo che accetta la propria parzialità, l'irriducibilità del cosmo a un ordine stabile, e queste mancanze possono trasformarsi in capisaldi.
Un personaggio per cui la frammentarietà non è un incidente di percorso ma un destino richiede di essere portato in scena con un linguaggio adeguato. I versi liberi di Eraclito - Due risvegli sono un abilissimo gioco ad incastro, la cui tradizione poetica occidentale offre i materiali più disparati: gli aforismi dei presocratici ( ma il magnifico Giorgio Colli preferisce parlare di " sapienza greca " ) si nascondono tralucendo con garbo, e nel loro chiarore ecco trascorrere Dante, Saba e la stella danzante..
A una prima impressione verrebbe da dire che l'Eraclito dei Due risvegli, col suo sofferto vagare tra gli estremi dell'esistenza e i suoi sguardi sul rischio del caos, deve molto a Nietzsche. In realtà è l'esatto contrario: è Nietzsche che deve molto a Eraclito. Anche di questa restituzione dobbiamo essere grati a Maura Del Serra.
Jacopo Manna
Persefone . .
Persefone, o Kore, chiamata anche Core, è una figura della mitologia greca, entrata in quella romana come Proserpina.. Figlia di Zeus e di Demetra, venne rapita da Ade, dio dell'oltretomba, che la portò negli inferi per sposarla ancora fanciulla contro la sua volontà.. Una volta negli inferi le venne offerta della frutta, ed ella mangiò senza appetito solo sei semi di melograno. Persefone ignorava però il trucco di Ade: chi mangia i frutti degli inferi è costretto a rimanervi per l'eternità.. La madre, dea dell'agricoltura, che prima di questo episodio procurava agli uomini interi anni di bel tempo e fertilità delle terre, reagì adirata al rapimento impedendo la crescita delle messi, scatenando un inverno duro che sembrava non avere mai fine. Con l'intervento di Zeus si giunse a un accordo, per cui, visto che Persefone non aveva mangiato un frutto intero, sarebbe rimasta nell'oltretomba solo per un numero di mesi equivalente al numero di semi da lei mangiati, potendo così trascorrere con la madre il resto dell'anno. Così Persefone avrebbe trascorso sei mesi con il marito negli inferi e sei mesi con la madre sulla terra. Demetra allora accoglieva con gioia il periodico ritorno di Persefone sulla Terra, facendo rifiorire la natura in primavera ed in estate. Questo era un mito che esaltava insieme il valore del matrimonio ( sei mesi a fianco dello sposo ) e la fertilità della Natura ( risveglio primaverile ), motivi questi che rendevano la dea Persefone particolarmente popolare e venerata. Una tradizione diversa faceva di Persefone una figlia di Zeus e di Stige. Fu generata dal dio dopo la sconfitta dei Titani, avvenuta durante la Titanomachia. Nella mitologia romana a Persefone corrispondeva Proserpina e alla madre Cerere, al cui culto era preposto un flamine minore.. Kore è l'archetipo della fanciulla, nata e cresciuta in un ambiente profondamente femminile, allegra e leggera, sempre positiva. È attratta da Ade, il lato oscuro degli uomini, e di lui ha bisogno. E' donna, sventata, giovine imprevidente: la donna Persefone è distratta, svagata, poetica.. Necessita di tornare periodicamente dalla madre, in quella primavera della quale si nutre da sempre: è di solito una casa ricca di affetti, di cose, di cultura femminile, che le impediscono di crescere veramente..
Se scruti in un abisso, l'abisso scruta dentro di te..
Dark Venus Persephone - Therion - Sirius B
Together in underworld, Hades and Persephone |
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